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Seduto a terra

 

Seduto a terra sulle zampe di dietro

faccio la guardia a me stesso

mentre attendo l’ispirazione passare.

Vorrei una medicina

che mi possa curare

o una malattia da cui poter guarire.

È tardi,

a parte questa pazza folla intorno a me

non riesco a vedere nessuno.

Sono solo e tremo

perché è qui

che prende il sopravvento.

Odo il mostro che si desta

nel pantano del mio inconscio

e dall’alveo risale spasmodico.

Vorrei star chiuso in una bianca prigione,

un’officina di deliri

che chiamo follia.

Una coperta di tenebre mi avvolge

scoprendo il mio corpo

ad ogni lembo strappato.

Un tappeto di fiori mi porta fino al mare

dove giovani gabbiani fermi in aria stanno a guardare

questo strano uccello che cammina invece di volare.

Questa macabra danza a

dispetto d’ogni logica

non smette.

Genio maledetto che palesi l’ignoranza

e cara follia

che mi soccorri in ogni circostanza.

Il vuoto m’è dentro

e mordendo ogni brandello di memoria

rimango sempre più solo.

Il mio sarà l’ultimo volo.

Togliere la maschera

 

L’effimera grandezza, fittizia, velata

durante tutto il marciume del mondo.

Ha vinto la maschera, quella che usi

per esistere, facciata dell’accettazione.

Ma in realtà ne godi, non è sopravvivenza

la tua fra altre maschere.

Convinci il prossimo per convincere te stesso

e con artifizi rendi grande il tuo nulla:

palloncino così debole da destarmi tristezza.

Ma che triste sono a fare, davanti all’ennesimo,

davanti all’ultimo, scontato, arido

insetto della mia vita.

I valori scomparsi, persino le voglie

della condivisione sincera di momenti in libera mente,

stato d’essere: fusione.

Non volevo cinismo,

non volevo quel che l’uomo dimentico,

di un fato burrascoso o troppo amato,

potrebbe definire essere asettico.

Volevo vivere e respirare:

togliere la maschera e pregare.

Tasso Barbasso

 

Si trova sempre un posto per scrivere,

più difficile trovare un posto nel mondo.

Un posto che ci somigli,

come queste torri sbrecciate

frammenti di antichi splendori

invasi dalla luce del giorno.

Non mi servono grandi cose,

io occupo poco spazio

ma tendo a spingermi nel profondo.

Amo le crepe,

gli argini tossici delle strade,

la roccia che si spacca,

il vuoto lasciato dalla pietra che cade.

Metto radici dappertutto,

lo squallore non mi rende inerme.

C'è chi troneggia come un Dio onnipotente

sul liquame della città che sale:

a me basta intasare le macerie,

colonizzare selciati e rovine.

Come l'indomito tasso barbasso,

autentico candeliere delle pietraie.

Svetta beffardo su nidi di vipere

e nelle foschie di ottobre ancora brilla.

Un po' mi somiglia.

L’isterica

 

Ero l'isterica inchiodata

alla corteccia di Dio

e alla rosa del demonio.

Ero l'infanta nuda tra le capre

nel recinto,

quella che s'infiora

nei granai con i capelli

aggrovigliati nei topazi.

Mi saziai del Nilo e piansi

per gli zoccoli lasciati nelle tombe,

per un frammento d'uomo,

per le costellazioni.

Muggivo

come dea benedetta di terra

e di sua tentazione.

E tu come il mitico Cadmo m'inseguivi

nei labirinti della follia,

per far della rovina del mio corpo

la tua città gloriosa.

 

POESIA: SEDUTO A TERRA

 

 

Simone Censi

PRIMO PREMIO

Pubblicazione a pagina intera

con nota biografica e foto

in una pagina della rivista Luogos n°5

POESIA: TOGLIERE LA MASCHERA

 

 

Tatiana Sartori

PREMIO DELLA CRITICA

Pubblicazione a mezza pagina

nell'ultima pagina della rivista Luogos n°5

POESIA: TASSO BARBASSO

 

 

Elisabetta Sancino

POESIA: L'ISTERICA

 

 

Diana Matt

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Giuseppe e Nicola

20/1/2016

Si piegano e tritano le mie ginocchia…

un muretto sgretolato

superstite della tormenta

conficcato come radice di un dente

bocca razziata, ferita… che sanguina.

Si tace tutti

sgorgano lacrime

sulle rovine

sul mattone abbattuto

la nostra stessa esistenza, abbattuta.

Il bagliore frizzante dell’alba anestetizza le parti molli

vela le grida

l’urlo potente della Natura ribaltata.

Ramo di fredde spine il silenzio che lacera la gola.

Qualcuno ci riesce.

C’è chi osserva oltre le macerie, la disperazione, oltre il misero presente.

Resti di pietre e polvere

sono briciole di orme, calchi del passato su imperituro suolo.

Non spaventa.

Un giovane terso come il cielo sgombro da nuvole

lo attraversa a piedi.

Calpesta i detriti

le mani aperte

le ginocchia piegate su un muretto sgretolato.

Prudente e savio.

E le parole gremiscono il tacere. Fendono il mio pensiero.

Ricordo un uomo che parlava del suo mestiere

un uomo che del suo mestiere ne fece un’arte.

Oggi lo rivedo nello sguardo sereno di un ragazzo

dalle mani graffiate

immagine di quello che abbonda nella giovinezza

che non vive di speranza.

Di costruzione

di un’unione, di una vita, di una nuova casa

vive.

 

POESIA: GIUSEPPE E NICOLA

 

 

Linda Colantonio

Nuovo inizio

 

Finalmente il crollo,

nonostante i gracili

e mal fissati chiodi

che tentavano

ottusamente

l'inutile impresa

di sorreggere

la più fragile roccia,

ecco la disgregazione.

Pronta a sgretolarmi,

attendevo dalla nascita

l'impulso distruttore,

l'esterna speranza

per potermi frantumare

per poi guardarmi

da ogni angolatura

e sospensione.

Tralasciare l'inutile,

smarrire il malfatto,

reperire solo i migliori

stralci di me

da reincastrare,

smantellando

l'intero prismatico

e riedificando

sul mio stesso franare.

Ed ora che ho raccolto i cocci,

non voglio più guardare

il disegno iniziale.

 

Senza nome

 

Ormai ho tutto in una mano,

pezzi di un niente caduto nel lutto,

stringo ogni piccola parte del nostro

violento e pregnante nulla,

lasciando cadere quel che ingombra.

Teniamo insieme con un filo

i pochi pezzi che ancora

fingiamo di saper accettare.

Tutto è andato distrutto

prima ancora che fosse compiuto,

lasciando solo eco stridenti

di ciò che ha sempre e solo taciuto.

 

Sei nato nudo

 

Da bambino sognavo un cavallo

e vivevo in un mondo pulito.

È arrivato il progresso e la droga

e han distrutto quel mondo sereno.

Crescendo mi son reso conto

che la vita è solo un passaggio,

e non riesco a spiegarmi perché

l’uomo fa tanto male a sé stesso.

Il mondo l’ha creato Dio

e l’uomo lo sta distruggendo …

Tra neutroni e protoni chissà

se un bel giorno si sveglierà!?

Ogni giorno tu spendi miliardi

per volare lassù nello spazio,

ogn’istante tu spendi miliardi

per fornire fucili e cannoni!

Ma, se i soldi li investissi

per migliorare il nostro mondo,

il futuro serebbe migliore

senza guerre e con più amore!

Piuttosto che arraffare tutto,

cancella l’ingordigia e l’odio,

non ti serviranno a niente …

Perché un giorno tu morirai!

E lascerai il mondo ai figli tuoi,

pensaci su rude mortal.

Sei nato nudo …

E nudo morirai …

Ogni giorno si muore per fame,

ogn’istante si muore per sete,

mentre l’uomo sta ancora a guardare

il colore della pelle che ha …

E non si accorge che è finita

l’era dell’aria pulita,

Con l’Aids o una fuga radioattiva …

Si morirà stando a guardar!

Andria, 7 Agosto 1974

 

La guerra

 

Il fratello uccide il fratello,

la sorella piange

i figli della sorella.

Lacrime e sangue,

un fiume senza fine

che non conosce confini.

Degrado!

Di lingue, religioni

e colori di pelle,

che travolge

popoli e culture, diverse

solo per dislocazione.

Perché, creare odio

nei piccoli cuori

che saranno i popoli del domani?

L’odio genera odio!

Sangue chiama sangue!

L’Amore genera Amore!

E basterebbe

usare la ragione;

ciò che le bestie non hanno,

per risparmiare

il pianto

a milioni di mamme.

Rivoli, 20 Febbraio 1991

POESIE: NUOVO INIZIO, SENZA NOME

 

 

Sara Cavezzin

POESIE: SEI NATO NUDO, LA GUERRA

 

 

Vincenzo Schiavone

La Pieve di Santa Maria

 

Contadini che nessuno può ricordare

vissero i loro inverni a scavare

a plasmare grotte e infernotti.

Con il tufo tagliato, squadrato

hanno innalzato la pieve

lavorando a mezzadro con Dio.

Pellegrini che nessuno può ricordare

hanno pregato e riposato

nei lunghi viaggi senza fretta.

Mani incerte hanno inciso

ricordi di strazianti tempeste

di morìe, di stragi, di fuochi.

Mani di migranti hanno scolpito la data,

e la Merica verso cui salpavano

lasciando la loro terra per sempre.

Ragazzi han lasciato il segno del loro amore

nello spazio non ancora deturpato

da disarmonici incisori di brutture.

Immani tragedie di secoli andati

amori senza tempo e altri da scordare

celebrati insieme sulle sue bianche mura.

Tiepida è la pietra questa notte,

trattiene il calore delle ore roventi

ma sembra riscaldata dalla luna.

La pieve ricorderà per mille anni ancora

solida e solidale con la natura

mentre le tracce del nostro passaggio,

il tempo, inesorabile cancella.

 

Berto

 

Berto ama il sole più caldo e la notte più scura.

Berto non ama parlar con la gente.

Berto ama vagare per le colline.

Nei pomeriggi più assolati

ascolta il frinire delle cicale,

di notte guarda le stelle.

Berto sta inginocchiato ad osservare

il frenetico lavoro delle formiche.

Berto ascolta e non parla. Berto pensa.

Compagno di banco alle elementari

Berto era troppo occupato a pensare

per seguire le lezioni.

La forma di una macchia d’inchiostro

sulla carta assorbente lo occupava per ore.

Berto è buono e mite

ma in paese chi lo considera matto,

chi fannullone.

Un giorno d’agosto

un violento uragano portò

l’inverno nel nostro paese.

Rimbombava ancora il tuono

che tutti erano in strada,

tra cumuli di grandine, tegole,

grondaie e persiane divelte.

-Hai visto, Berto, cosa abbiamo fatto

per meritarci un simile disastro?

Lui rabbioso mi urlò:

-Caro amico mio,

tu che hai studiato

dovresti sapere che Dio,

dopo aver creato l’uomo e la donna,

li ha dotati di intelligenza

affinché potessero proseguire da soli

e il settimo giorno si riposò.

Questo è sempre il settimo giorno

e Dio continua a riposare.

 

POESIE: LA PIEVE DI SANTA MARIA, BERTO

 

 

Elso Avalle

Nessuna voce

 

Nessuna voce cancellerà

l'assenza, dal tuo sguardo

e di giorni che le sono piegati

a reboux, senza speranza

non solo

...all'alba

delle cose disfatte

ma meccanicamente

incendiate

dall'anima più nera

ecco cosa giace

sul pergolato, acceso

e rifratto dal tempo

e dalla sua illusione

invincibile

Fatti di cielo e di

marmo

immortale

ora chiusi gli occhi,

per vederne il pianto

affondare

dagli spalti

di un'eterna berenice

di giorni e di trafitti

quadri, senza cornice

Qui le arcate

del tempo

franano

incessantemente

 

Non sono

 

non sono già più certo delle frasi che dichiaro

di chi sia, sgomento, alla vicenda intento

se quell' essere ai cui sogni già declino

mi rappresenti, immoto, al largo, vasto sentimento

se quei secoli d' inversa meraviglia scorti

non sian che d' imperdibile immaginatezza astratti

voci ignifughe, incorrodibili metafisiche

! senti la notte stellata che magistrale apre il verso!

! senti l' ineffabile frammento

che le tue mani sfogliano

che non contempli e che non potrai più perdere

poichè resta fra concreto e illuso

fra imprecisabile e accertato

vero falso

non nascondibile indelineato!

 

Infinita mamma

 

Sei morta mamma

e il tuo freddo

una tomba

sono il frammento

della mia rovina

sei morta mamma

e mi manchi

a ogni istante

ma ti sento

vicino e

dentro il mio cuore

sei morta mamma

ma le strane cose

della vita

mi riportano a te

ai tuoi baci

le carezze

il tuo esserci

ancora e sempre.

E ti vedo

ad ogni istante

della mia vita

 

Lascito

 

Fugace istante

della vita

intera

esaltante

frammento indefinito

di un castello

in rovina

Ciò che resta

 

Fra le rovine di Atene

vedo comparir un topolino

che ha impunemente sottratto

un dito mozzato ed infetto

dalla statua del Dio Apollo.

C’è una condotta incosciente

che porta alla comprensione del creato

ma nega il riposo,

il senso ultimo delle cose

risuona in uno stato di vigilanza

che conviene alla Volontà della Maggioranza far tacere.

Ho udito il lamento di Roma

levarsi da dietro il pannello

che cela gli occhi stanchi del Colosseo;

fra le macerie scorgo un centurione

che comanda una coorte di piccioni

allineati in assetto da battaglia

e pronti a raccogliere briciole di Gallia.

C’è una condotta coscienziosa

che porta all’incomprensione del creato,

la suggestione dell’inconscio collettivo

inibisce la trasmissione dei geni del buon senso

in funzione della stagflazione socio-economica.

Fra le rovine di Gerusalemme

scorgo il volo d’un uccello migrato da occidente,

lancia semi di mais

che germoglieranno piante d’odio;

fra le macerie d’una sinagoga

si alza un superstite

che punta l’indice contro una fenice in lontananza.

C’è un frammento di verità

nella comunione dei popoli

e tale verità è detta terrore;

la comunione è un frammento del terrore

e la verità è che il sapore della solitudine

è noto unicamente a chi è solo.

POESIE: NESSUNA VOCE, NON SONO

 

 

Urbano Briganti

POESIE: INFINITA MAMMA, LASCITO

 

 

Francesca Facoetti

POESIA: CIÒ CHE RESTA

 

 

Riccardo Barbiere

POESIA: FRAMMENTI DI ROVINA

 

 

Valentina Veronesi

Frammenti di Rovina

 

I.

 

Categorizzare, suddividere, raggruppare.

Tutto deve essere ordinato

nel Supermercato.

 

Per ogni prodotto c’è la sua corsia,

Per ogni prodotto c’è la sua scansia.

Ogni collocazione è prestabilita.

 

L’importante è essere conforme.

Voci suggeriscono:

“Questo va bene!”

“Quello non va bene!”.

 

Dal vetro

osservo muffa ovunque:

Tutto è contaminato.

 

 

II.

 

Carne in vendita.

Carne esposta sul banco della macelleria.

 

“Prenda questa: è carne selezionata, di categoria superiore”

“Ma è biologica?”

“Guardi che al giorno d’oggi di carne naturale non se ne trova in giro”

“Questa no, è troppo grassa. È meglio mangiare carne magra”

“Questo taglio è migliore dell’altro”

“Bene lo provo. Se non mi piace spero di averne uno più buono la prossima volta!”.

 

Carne accuratamente disposta sul banco, per invogliare all’acquisto.

Ce n’è per tutti i gusti

ce n’è di tutti i tipi.

Tutti mangiano carne:

è un piatto cardine della nostra esistenza.

L’importante è variare

l’importante è non smettere di comprare carni diverse.

Così non ci si stufa.

 

(Mangiando sempre lo stesso tipo di carne,

c’è il rischio di stancarsi.)

 

RandagiaMente

 

Randagia la mente s’aggira negli

oscuri meandri della memoria,

in cerca d’un pasto che sazi

un appetito diventato feroce,

in cerca di un odore che sappia

ripercorrere a ritroso le vie del tempo,

di un gusto salato che ravvivi il palato,

d’un amaro dolciastro di denti

che affondando e avidi fendono

l’incavo della guancia.

 

Mosaico di stelle

 

Respiro affannoso, tachicardia crescente.

L'aria si esaurisce.

Quell'aria che mi tiene in vita.

Il battito accelera in un gioco di chimica e sentimenti che si fondono a delineare l'animo umano.

Il mio animo, fatto di mille piccoli frammenti.

Soffoco.

Soffro per l'impossibilità di descrivere il tutto e il nulla che mi caratterizza.

Come può una piccola formica esprimersi dinanzi all'infinito che possiede dentro di se?

Graffio la pelle per sentirmi viva.

Prova inconfutabile della mia esistenza.

Ma la fine, la mia rovina ormai mi attende.

Cinica e suprema, sempre presente.

Presente nel ricordarmi l'impossibilità di espressione.

Muoio

Prego

Ogni azione è inutile.

Mosaico di sensazioni destinate a morire con me.

Il genio dell'uomo intrappolato nella gabbia della solitudine, della repressione.

Gabbia quotidiana di maschere, frammenti di falsità e perbenismo.

Ma lei è sempre là in attesa: la solitudine.

Ormai l'ossigeno è esaurito.

Ed ora muoio.

Portandomi dietro il cosmo.

POESIA: RANDAGIAMENTE

 

 

Simone Censi

(già premiato in alto con il primo premio)

POESIA:MOSAICO DI STELLE

 

 

Tatiana Sartori

(già premiata in alto con il premio della critica)