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LA PELLE

 

Franco è un uomo semplice, timido, con qualche problema nell’approcciare le donne, è impiegato nella pubblica amministrazione e di questi tempi... Mafalda, non è proprio uno schianto, fa lavori umili, lava pavimenti e cerca... cerca.

Si sono incontrati con amici comuni e sono andati tutti al cinema. Per caso Franco era nella poltrona vicina a quella di Mafalda. L’aria era secca e soffriva di mal di gola e cercando una caramella nella tasca dei pantaloni nel tirarla fuori gli era caduta. Con la mano si era chinato e aveva , per errore!!, toccato la gamba di lei!! Mafalda aveva trasalito. Rimasta immobile, pregustava ulteriori sensazioni. “Mi scusi signorina..con questo buio! Cercavo la mia caramella” disse l’impacciato Franco. Mafalda , pur delusa, abbozzò “Di nulla... mi chiamo Mafalda e sono amica di Sergio” e aveva allungato la mano per stringere amicizia. “Io Franco e sono anch’io amico di Sergio... E’ un gran simpaticone Sergio” aggiunse Mafalda... SSSilenzio!! Si sentì un urlo dalle file accanto e lei sibilò al suo orecchio “Ci vediamo all’uscita”.

All’uscita Mafalda nel salutare la compagnia tenne per ultimo Franco a cui rivolse uno sguardo intenso, ma Franco aveva poca dimestichezza con gli sguardi femminili. Mafalda allora disse...” S’è fatto tardi, a quest’ora la città fa paura, perché non mi accompagna a casa e beviamo qualcosa eh? Che ne dice?”. Gli amici che qualcosa avevano percepito si erano dileguati e Franco , un po’ titubante, acconsentì. “Va bene ma solo un goccino”.

Mafalda ribolliva, non era male, posto fisso, timido... quello era il meno anzi, avrebbe guidato lei alla recherche du (du... cosa?). Arrivarono dopo circa 20 minuti di buon passo. Salirono al 3 piano di un palazzo di 6 piani piuttosto anonimo. Entrarono, piccolo appartamento, affitto sempre più gravoso e qualcosa le davano i genitori. “Accomodati sul divano e prenditi un amaro” e Mafalda si andò a cambiare. Franco non era un bevitore , vide qualche bottiglia, lesse “Rosso Antico- Buton” caspita!, l’ultima volta l’aveva visto 20 anni fa e infatti la data sul tappo riportava,si leggeva poco, ma sembrava un ‘85. Curiosità ma era meglio astenersi e un anonimo “Amaro del finanziere” pur non entusiasmandolo, avrebbe evitato rischi alimentari. Si sedette, il divano era un po’ consumato, lungo quasi 2 metri. Mafalda ritardava, cercò di posizionarsi più comodamente appoggiando le spalle. Dopo pochi secondi sentì all’orecchio un qualcosa di umido ma fu un attimo. Le labbra di Mafalda, umide e bramose sembravano che volessero entrargli nei vari padiglioni auricolari. Un leggero solletichio gli percorse il corpo tale che affiorò un evidente sorriso dal suo viso. Per Mafalda fu il segnale e gli piombò addosso. Indossava una vestaglia senza reggiseno e cominciò a stringerlo. La sua bocca cercava la sua che però sembrava volesse parlare più che baciare e allora anche lei cominciò a parlare “Ti voglio... toccami... toccami” . Franco però sentì qualcosa che le diede fastidio e cercando di placarla pronunciò: “Ti vorrei spalmare...” Mafalda a quelle parole non resistette “Sì... sì... dai.” . Franco più rilassato aggiunse "Vorrei spalmarti un po’di Leocrema... sulle mani!!”

LE RIME

 

Una tastiera come ultima speranza professionale, sempre queste rime nella mia testa, tacete, almeno nel dì di festa! ma niente.

Scrivo il contesto? Il cielo in una stanza! ma non è originale, un titolo di canzone, non so neanche chi l'ha scritta. Mi ricordo di Mina, la divina, ancora!

La mente non è mai doma e il mio tentativo di ritornar sulle parole consapevoli è come quello della coda di una vacca, d'estate, quando in una stalla piena di puzza, scaccia, senza gran patema, le mosche.

Invece no! Io voglio scrivere una storia, da imparare a memoria, ma che c'entra! Semmai va bene per una poesia. Vedi sei tutto sconclusionato, stai buono per favore, sarai un gran intelletto ma ora sei quasi maledetto.

L'editore vuole un racconto. Io devo trovare la calma.

Dalla finestra vedo che stanno modificando il mio giardino, fintanto che faceva freddo se ne fregavano, ora con il sole, tutti fuori: piantiamo questo, togliamo quello e io qui con queste frasi tremolanti che sembrano un motore ingolfato di un diesel invecchiato (va bene, così rima ti faccio contenta e chissà se mi lasci).

Se mi lasci non vale... ma allora è un tormento questa è un'altra canzone e io non canto quasi mai , sento solo telegiornali, talk show, Mentana in corpore-sana, ma oddio è un incubo.

Jacopo Ortis si incatenava ad una sedia, beato lui, non è la voglia di scrivere che mi manca ma sono le parole che vogliono affiancarsi, amoreggiare, sfidarsi e mi provocano.

Si spogliano dei loro caratteri e nude ballano di fronte; vedi noi ti dominiamo, tu sei solo un dito che preme, noi siamo le sirene.

Allora vorreste dire che io non ho la mia cultura? Vi faccio vedere io se vi batto, proprio così vi batto sopra con rabbia e silenzio.

Solo un chiacchiericcio di merli e passeri mi ricordano il giardino. Ormai sono spettatore anche qui, ma ora è questa tastiera che chiama.

L'editore, mi viene in mente Valentino Bompiani che in tempi dove c'era pure la censura, riusciva a volte ad ottenere sulle sue collane editoriali, il beneplacito di Pavolini, Ministro della Cultura Popolare, che seppur fascista indomito sapeva scrivere e capire l'arte. Ecco allora che ripenso a Cesare Pavese, e a quando poco più che dodicenne cominciai a leggere il suo romanzo, “La luna e i falò” e sognavo di diventar scrittore e come nell'indagar le stelle e i blasfemi oroscopi, intravedevo i miei onori come un omaggio ai suoi tesori letterari, per un banale accostamento: lui era nato a Santo Stefano Belbo. Stefano, il mio onomastico, un giorno speciale, il protomartire cristiano.

Ci voleva questo orgoglio per azzittare loro, le parole ironiche, ormai in fuga, incapaci di intromettersi su temi come la guerra, il fascismo, i grandi del neorealismo.

Ho vinto! Forse... ma non son tanto convinto.

UNA BIBLIOTECA ALLE SPALLE

 

Un libro ti salva la vita? No il titolo non va, mi richiama troppo la pubblicità, ma ha un senso dare tutto questo valore al libro, alla lettura, quando poi senti sui media che siamo sempre agli ultimi posti nel leggere libri, quotidiani, ecc..

In ogni intervista televisiva di un personaggio (politico, culturale, scientifico) appare una ricca libreria alle sue spalle. I libri dietro di te, come i guardia spalle, ti difendono, li comandi, non devono invadere troppo la tua vita, ma se li esponi quando serve, contano, hai voglia se contano!

Insomma danno forza, status. Sono anch'essi una selezione. Infatti compri a pochi euro racconti dell'ottocento di autori noti per la presenza in antologie scolastiche, novelle che trovi sul web, classici che non riesci a contestualizzare ma che sono ricchi di profondità del vivere.

Cammino portando con me i libri e questi hanno una loro sfacciataggine: il titolo di copertina, il numero di pagine, i colori, le immagini.

Dove le metto 500 pagine? Oltre il logorio mentale, il mio intelletto è minacciato dalla senescenza (mi fermo qui, grazie), queste moli impediscono che il saccente, entri in una piccola borsa, magari rigida che mi aiuta a sentirmi un colto disoccupato di paese!

“Buongiorno dottore, come sta?”.

“Ciao Franco, sempre di fretta eh! Quando hai tempo mi vieni a sistemare il rubinetto che gocciola sempre di più?”

“Certo, dottore, però non subito!”

“Va bene, quando è possibile”.

Le 500 pagine in questo preciso istante si fanno pesanti, le parole scritte con disinvoltura, sembrano ora cartelli stradali che indicano dossi in arrivo ma tu ti trovi in salita ora e senti che c'è bisogno di un'ulteriore forza per reagire.

Poi la copertina, rigida, certo, mi aiuta a che stia diritto, lui, il libro, mentre tu devi stare seduto, curvo e quando ti distacchi da lui hai sempre una certa paura della tua cartilagine (guarda un po' che la parola cart...) un'invadenza non vi pare? E quindi il break di lettura, può contenere forti incognite posturali di genere letterario giallo!

La copertina, il titolo. Qualche editore ritiene, sicuramente a ragione, che l'occhio vuole per primo percepire mondi sognati,come l'“orgasmo” generato dall'apriscatole (parola oggi non più domestica ma evocativa di trasformazioni inimmaginabili) di barattoli di pomodorini “pachino”, biologici, puri, non trattati. Allora porti a passeggio il libro ma ci ragioni, no la copertina è meglio che non si veda, sai magari ti guardano e vedono e pensano. Che ne sa la gente di Saffo se non quello che è più immediato. Il popolo ragiona con la pancia, io son magro, con la cultura non si mangia.

Cara biblioteca dove non si dovrebbe parlare mentre sento in segreteria consigli, risate, borbottii, pure commenti. Mi viene in mente l'ospedale, come volontario non devi fare né questo né quello e poi si vede che chi ci sta da tempo fa molto di più, senza pensare alla convenzione, ma solo alla disperazione.

Sui tavoli, freddi, della biblioteca iper-riscaldata, ci sono, di fronte a me giovani chini su libri antipatici, dove matite, evidenziatori si consumano rendendo tutto importante, quasi una preveggenza della burocrazia italica.

Io invece leggo libri che non hanno potere professionale, sono come i numeri del gioco del lotto, giocati nell'illusione che esista una graduatoria nell'apparire (la mano, chissà, nel passato, era preda di tentazioni, oggi c'è un freddo software come l'immagine di un Dio perfetto ma lontano); nella casualità del mio incontro devono avere comunque un titolo interessante, dei caratteri tipografici che non stanchino la vista, una copertina che mi dica toccami senza crearmi imbarazzo.

Poi se l'ha consigliato la tv, lo compro e non l'apro più!

MILLANTATO CREDITO

 

Ormai Giorgio era diventato una macchietta. Se avesse avuto un'età più giovane gli avrebbero costruito un fan club su Facebook, dal titolo “Millantato credito”, oh jes! Solo che non era un divertimento popolare tratto da spezzoni di film con ricordi del grande Totò mentre proferiva la celebre frase : “Lei non sa chi sono io?”. Ora era anche un fermo di polizia, una condanna, anche se modesta, qualche giorno di custodia. Erano sopratutto le parole cubitali che apparivano sui giornali locali che vivono di grida, di fatti e misfatti sempre obbligati ad amplificare per rendere la vita di paese... altisonante.

Sentivo le prediche del parroco sulla solidarietà,sulla comunità e Giorgio era un credente, forse un baciapile e sicuramente la sua bocca aveva più volte baciato l'anello vescovile, la statua della Vergine, la croce, piegandosi in due senza che il buon Dio fosse mai intervenuto neanche per mezzo di una strega ortopedica. Ma tant'è, Dio lascia fare a costo di prendersi anche qualche bestemmia.

Giorgio voleva fare il politico ma non si rendeva conto che non bastava più essere amico dei vecchi parlamentari, ormai ricordi solo dei vitalizi e interlocutori al massimo per gli ancora presenti “Renzi Tramaglino”, ignari di leggi, decreti e manifesti pubblici.

Certo come usciere di un carrozzone socio-politico vedeva tante persone. Ben vestite, parlanti più del cibo per gatti e di toelettatura dei cani ma che riconducevano al denaro, al potere. Non era tanto per i soldi, in fin dei conti, viveva solo, non aveva il fascino se non per qualche donna che non badava tanto all'aspetto ma agli euri collegati a banali prestazioni diciamo professionali, ma al dovere una obbligata deferenza, quale compenso dei 1000€ mensili percepiti, a quei nulla facenti del secondo piano.

“ Dottore tutto bene oggi? Come? Ordino alle nove un cappuccino, senza schiuma , certo, so bene i suoi gusti”. Dottore lui non lo era, ma leggeva tanti giornali che con abbonamenti pagati dalla collettività arrivavano sulle scrivanie e facevano ammucchiate (anche loro!) buone solo per le conclamate vendite dei quotidiani cosiddetti indipendenti. Un posto fisso, un luogo dove si lavoricchiava, con la tutela dei sindacati e tanti contatti.

Aveva tempo e poteva conoscere nomi, reti e a lui si doveva chiedere “dove posso trovare l'on.le Presidente, il direttore c'è oggi?, senta non potrebbe chiedere a...”.

Parole, frasi ormai noiose, ripetitive. Ma lui poteva orientare, far cambiare il clima di una giornata di un povero paesano che dopo alzatacce e 2-3 corriere era arrivato troppo tardi all'appuntamento o all'incontro preparato da una lunga filiera sociale.

Era comunque solidarietà, si doveva comunque impegnare, fare saluti e creare speranzosi inviti con espressi arabici. Un piccolo secondo lavoro , il vero lavoro, quello per cui il tempo semmai è poco, perché te lo gusti come un buon caffè senza zucchero o una sigaretta, in solitudine, senza pensare che al suo sapore forte e maledetto.

Era un uomo senza valore ma da due , tre anni non era più così. Molti dei laureati che lo scanzavano nel paese, lui rappresentava un modo strisciante di collateralismo politico, avevano perso il loro lavoro assicurativo,immobiliare, di consulente di fonti di investimento (sic!). Lui no, era ancora lì e sempre vi sarebbe stato, e i buongiorni oggi erano qualifiche pesanti.

Il momento era giunto. Ormai andare dal vescovo per qualche raccomandazione, con tutto quello che il nuovo Papa stava producendo all'insegna della sobrietà, quindi della discontinuità, era al più un viaggio per una buona confessione ma non per la soluzione. Lui poteva offrire speranza, colloqui vari, lui aveva il posto fisso e poteva far fesso. Millantato credito per mille euro messi in una busta, in un luogo quasi invisibile, con i cappuccini che li avrebbero pagati a lui, con la schiuma però, come si deve per chi ha il senso della degustazione, ok va bene anche in stazione. Ma l'appetito vien mangiando. Per fortuna dei redattori locali.

VENT'ANNI

 

Paolo era ritornato a ritrovare i suoi anziani genitori, ormai veniva solo saltuariamente e nelle feste tradizionali ma stavolta dopo la separazione da Laura non sapeva elaborare una strategia sulla felicità, sul piacere o forse non aveva voglia di pensare e quindi le ferie l'avrebbe trascorse al paese.

Qualcuno ancora lo riconosceva , forse per via delle assomiglianze con il padre, ma il numero ogni anno si assottigliava e lui non aveva mai sopportato il chiacchiericcio delle donne, ferme sui marciapiedi, a dirsi “hai visto, è tutto sua madre”. “Dici? Ma guardalo bene non vedi come storce la bocca e la madre fa lo stesso!”.

Insomma c'era da sperare che assomigliasse a qualcuno dei due genitori altrimenti la sosta delle “pie” donne sarebbe stata lunga. Ma quelli erano ricordi, ora era Paolo che intravedendo qualche donna, ma sopratutto uomini, li ricordava come compagni di asilo (perché aveva le foto) o di scuola e dai ricordi nascevano non solo immagini ma anche fatti, parole, avventure.

Ma fermarli non era il caso perché dopo 20 anni che non ci si frequenta, il discorso avrebbe iniziato con: “Ma tu sei Marcello! Oh ciao, come ti va? hai famiglia? Sì un figlio, ma sono separato”. Con molta probabilità anche l'amico Marcello avrebbe risposto “Anche tu!” ma perché augurarsi una notizia che era di per sé puro egoismo.

Pur essendo il mese di luglio, era in ferie, mai le aveva prese in agosto: file, resse, prezzi alle stelle, sporcizia maggiore e poi nel suo ruolo professionale era ancora più facile ottenerle.

Il tempo, al paese, in quella settimana era piovoso e quindi niente mare ma solo acquisto dei giornali e il solito caffè alle 10, alternando i bar come metodo per essere pronti al cambiamento! ( un piccolo valore aggiunto di tante letture sulla crescita personale di coach americani).

Ma oggi, non piovendo, era andato nella città vicina, questa era una vera città, anche se lui viveva in una grande metropoli, ed era sempre stata la città di riferimento, forse perché ci aveva fatto il liceo.

E proprio il liceo, scientifico, era stato il motivo che l'aveva spinto a fare questa passeggiata, in un giorno di ferie dal tempo variabile. Negli anni settanta le scuole superiori soffrivano di mancanza di sedi forse più delle scuole medie, perché una popolazione studentesca inimmaginabile, si iscriveva per fare i geometri, i ragionieri e il Liceo, scientifico. Non c'era un'unica sede ma tante itineranti con aule affittate per 2-3 anni in attesa che si costruisse la nuova sede, anche perché nei primi anni del novecento se c'era una scuola superiore, quella era il Liceo Classico, perché la scuola era una nobile arte di intelletto e di storia e non certo di un banale impiego dietro scartoffie o peggio, di manualità.

Quindi il Liceo Scientifico traboccava di ragazzi e ragazze che si ritrovavano alla partenza dei bus straordinari e a loro riservati e un po' meno al ritorno, per via dei diversi orari.

Paolo, giunto nella città, diremmo scolastica, aveva cercato una panchina in una piazzetta , luogo di passaggio obbligato quando frequentava il terzo anno, dove ora si ergeva un teatro al posto dell'edificio/scuola da lui frequentato. Perciò non era più quel luogo, quell'immagine della memoria per la quale aveva deciso, in questo giorno, seppur con una certa svogliatezza, di prendere l'auto e fare questo viaggio, comunque breve, di 20 minuti.

Era solo. Non aveva più sua moglie e ora si ricordava di quella sua compagna di scuola di cui si era innamorato, forse il primo amore.

Quasi a pensare che se invece del rifiuto di lei, dopo una stagione estiva piena di sogni fantastici e nessun bacio (ma l'innamoramento non ne ha bisogno!) ci fosse stato quel suono che si era tanto immaginato di ascoltare dalle sue labbra: Paolo ti amo!

Era tutto iniziato per un incontro del caso e averla rivista, bellissima, in bikini, gli aveva aguzzato la creatività amorosa ed era riuscito a trascorrere un paio di mesi di piccole chiacchierate al mare. Ma quei sorrisi, condivisi con altri amici, non potevano di certo bastare e quindi aveva progettato, a tavolino, che lei doveva essere la sua ragazza. A 20 anni, progettista in erba, ora a 50 anni lo era davvero e non era poi un mestiere così creativo se ti chiedono solo di pensare a recuperare i costi di un personale che neanche sa quale progetto stai facendo.

Aveva scritto e pensato il piano perché quella ragazza a cui non aveva mai badato al Liceo (poco truccata, bruttina, vestita senza tenere in debito conto agli sguardi dei maschi) ora al mare le era sembrata una sirena. Poi gli aveva sorriso, avevano scambiato un po' di ambigue frasi, poteva essere la sua ragazza e allora sarebbero stati veramente veri quei 20 anni.

Ma lei pur rispondendo alle telefonate, le chiudeva presto dicendo che doveva studiare per gli esami di settembre, che sarebbe uscita alla domenica ma sempre con i parenti. Chi è innamorato non sa fare l'analisi ma vede solo spiragli come colui che osservando il sole, coperto dalle nubi, crede che la sua potenza possa offrire ampie e varie possibilità di pensare a cosa accadrà.

Una sera aveva osato di più al telefono, ormai eravamo a metà settembre e le aveva proposto un incontro ma lei aveva risposto che partiva per l'Università, fuori Regione, a 3 ore di distanza. Come nella festa di Pentecoste dove lingue di fuoco donano la capacità e la forza del parlare ai discepoli riunitisi a Gerusalemme, così dalla bocca di Paolo usci un suono... “Allora ti vengo a trovare all'Università!”. Lei disse qualcosa (forse la data, l'ora e magari il luogo) ma Paolo sentì quello che voleva sentire ed è un fatto che lì, seduto in quella panca, neanche oggi sapeva cosa lei avesse veramente detto. Accadde che nel fatidico giorno, dopo aver comprato e consultato l'orario Pozzo, all'alba si alzò e partì. Un treno locale, tre ore e quaranta minuti, due cambi, e arrivò in stazione già convinto che lei l'aspettasse.

Non la vide e pensò che un po' di ritardo era una tipica abitudine di donne; cominciò a piovere e si mise sull'uscita della stazione. Ogni tanto intravedeva ragazze e il suo viso si illuminava con accenni di sorriso per poi spegnersi subito, stette li due ore e mezza e non arrivò nessuno. Allora si incamminò nella città universitaria che non aveva più monumenti, piazze, paesaggi, ma era solo un immenso luogo di folla senza suoni. Camminava, percependo solo, in funzione della tipologia della strada, lo sforzo o meno dei muscoli delle gambe e alla fine come un automa chiese ad un ragazzo dove si trovasse la facoltà di Fisica, in quanto aveva anche pensato di trasferirsi in quella sede per stare più tempo con lei. Ma ormai senza molto controllo di sé, si comportava come un corpo senza reazioni. Prendere un modulo, tenere in mano qualcosa, quasi che una qualsiasi materia in mano potesse compensare il vuoto che c'era intorno a lui. In circostanze normali altri suoi amici del paese avrebbero potuto portargli il modulo, senza la necessità di nessun viaggio. Era normale quell'illusione, quel sogno durato per tutto il viaggio, con le sequenze dell'incontro rifatte, cancellate, riprese e il sapore delle sue labbra ignote eppur gustose?

Era salito sul treno del ritorno, pieno di lacrime, solo in parte trattenute per gli sguardi meravigliati dei viaggiatori, quando improvvisamente un merlo, maschio, di un nero lucente, si appoggiò allo schienale della panca di ferro grigio posta sul binario di fronte, con quel tipico alzar di coda, sguardo di altezzosità, essendo abituato a mangiare e intravedere vermi!, risvegliò Paolo, dal suo essere ancor uomo, anche se a metà. Risveglio amaro, il sogno e la realtà non avevano avuto un minimo di pietà.

STEFANO PIERINI

Blogger, laureato e amante dell'ironia e del cercare nuovi valori relazionali, ha pubblicato più di 100 articoli sul sociale, innovazione, telemedicina per giornali on-line. È stato un docente di enti di formazione professionale, creatore di innovazione su tematiche urban-rural per favorire l'aggregazione e l'inclusione. Crede nella lettura anche come profilassi di invecchiamento attivo.