poesia_taddei

PIÙ BELLI DELLA POESIA SAREMO NOI

 

Da solo, a progettare

lo stare insieme a te,

arriverei eccedendo:

un illusione il tempo,

le espressioni che do

son le vere che io ho,

mi consegno amando:

mi ami o non mi ami?

 

Restituire universale

la propria situazione;

variabile condizione

della tua proiezione,

su carta, da incidere,

per le venturiere ere,

ti consegno amando:

ti amo o non ti amo?

 

Ma un abbandono

io non so a noi

se poi ti perderò.

E tu non lo sai

quanto ti penserò

in forma di poesia.

Sei in quella rosa,

così tanto scrutata.

 

Allora, basta,

non scriverò

più ti vivrò.

 

E più belli

della poesia

saremo noi.

 

Allora, tra te

e quest’arte, sospendo essa,

non si sceglie chi, di amare

– ti amo già –

e non m’importa quanto, come

tu, dimostrerai il nostro amore.

 

Ma più belli

della poesia

saremo noi.

PELLEROSSA (PELLEOSSA)

 

1. 

Riscuote il riscatto

riflesso corpo, trafigge

distanze di coltelli,

 

esteso all’agguato

corrisponde in follia,

pazienta la fiaba,

 

funziona l’entropia,

in coronabile nostalgia

l’annulla la malaria.

 

Pellerossa,

trascina avanti.

 

 

2. 

T’abbandona così, corpo

inespugnabile, ti distrugge

continua sulla frenetica

 

accelerazione, gli servi

t’esalta, ti porta all’utopico

assalto, non reggi eroso

 

scavato, t’illude ancora

di questa conquista ugual(e)

sacra, consuma già, stesso

 

ultimo slancio

di dimostranza.

 

 

3. 

Fruttoso Pollùce

ti possa ficcare

in bocca adesso,

 

rovinoso infortunio

ti possa deridere,

capitale eccentrico

 

tremi nervoso, corpo

a distanza ti segue,

cadrai, svariato male.

 

Pelleossa,

non dura altro.

 

 

4. 

Per lacuna contesa,

il non aver veduto,

annienti del vivere

 

lineare, dell’anima

marcia che tacesti,

d’oltre conserverà;

 

piange lungamente,

per da sé ritornare:

fra menti ricordanza.

 

Pelledura,

ossadure.

 

 

5. 

Vola su duna di te,

conta pena se vorrà

il conclusivo tempo;

 

vuole bene prima,

dopo l’artefice fa,

non brucia di più:

 

porta via le fughe,

in presa del sonno

lo guarisce il giro.

 

Pelleviva,

ossavive.

 

 

6. 

Caramelloso fu

l’indiano, ora sta

nel diluvio di te,

 

d’averti il lascito

solo, per la paura

cadendo di notte;

 

oltremodo vicino

al volo, a misura

delle lontane terre.

 

Pelleossa,

non sarà altro.

I' CONFICCATO

 

Senti la sizza fredda

che tira, della tramontana

ch’entra drento gl’ossi,

 

mi spampana com-un fiore

di rosa, ‘ndo mi porta

‘un c’è verso di sapere;

 

senti repente i’ salvàtico

di bosco, quine ‘un c’è niente

che fummina, come lo fusse:

 

è e sarà pe’ i’ conficcato,

come i’ querciòlo che ho

falcia’o invano e intaglia’o.

 

TI TI XE L'AMÒR DÉ MI

 

Zentilomo, mi te go,

inti’à sera ne vedèmo

nu àltri du moròsi,

drènto la bona zente

 

che chìve xe zentil,

respeta la fòla d’amór

nó ti senti la festa?

Zità sona le canpàne!

 

Ti ti xe

l’omo dé mi,

ti ti xe

assè mòrbio.

 

Fazza Dio, mi te go,

inti’à nòte mi te amo

assè forte che scrivo

in stó dialeto dé mar

 

indóve él pol sucedèr

dé trovar l’ùgnolo amór

déla vita, nó xe cussì?

Cuor nó molàr dé bater!

 

Ti ti xe

l’amór dé mi,

ti ti xe

assè dolze.

IL CONFICCATO (traduzione)

 

Senti il vento freddo

che tira, della tramontana

che entra dentro le ossa,

 

mi spampana come un fiore

di rosa, dove mi porta

non c’è verso di sapere;

 

senti improvviso il selvatico

di bosco, qui non c’è niente

che fa la colonna di fumo, come lo fosse:

 

è e sarà così per il conficcato,

come il giovane cerro che ho

falciato invano e intagliato.

TU SEI L'AMORE MIO (traduzione)

 

Gentiluomo, io ti ho,

nella sera ci vediamo

noi due innamorati,

dentro la buona gente

 

che qui è gentile,

rispetta la favola d’amore

non tu senti la festa?

Città suona le campane!

 

Tu sei

l’uomo mio,

tu sei

tanto morbido.

 

Faccia Dio, io ti ho,

nella notte io ti amo

tanto forte che scrivo

in questo dialetto di mare

 

dove può succedere

di trovare l’unico amore

della vita, non è così?

Cuore non smettere di battere!

 

Tu sei

l’amore mio,

tu sei

tanto dolce.

ENRICO TADDEI

ENRICO TADDEI è nato nel 1985 e vive a Castelfranco Piandiscò (Arezzo).

Si è laureato alla Facoltà di Architettura di Firenze e ha svolto il ruolo di cultore della materia all'interno di essa nel corso di Progettazione dell'Architettura I.

Ha pubblicato con la community del ilmiolibro.it il libro e l'e-book di racconti Gli amori dell'altopiano (2013). Il libro ha vinto il terzo premio Franz Kafka Italia® - IV Edizione 2014.

La sua opera prima di poesia è in vernacolo fiorentino: Viottole fiorentine (Masso delle Fate Edizioni, 2014). Tra le sue opere successive l’e-book d’arte La cacciata de’ diaoli (Youcanprint, 2014) e il primo libro di versi in italiano Delle favole da durare (Masso delle Fate, 2014). Nel frattempo, continuando a lavorare sui dialetti italiani, esce una silloge poetica in veneziano Caminàde có ón veneziàn (Edizioni del Faro, 2015).

Ha ideato e dirige il sito internet www.luogos.it e la rivista di arti varie “LuOGOS”.